Colombia: elezioni presidenziali 2026 nel mezzo di una crisi di sicurezza nazionale.

Una scia di attentati

Colombia, aprile 2026. Una scia di attentati sta scuotendo il sud-ovest del Paese si trova nel conto alla rovescia per le elezioni che designeranno il nuovo presidente per il periodo 2026- 2030 (cominciate l’8 marzo con le elezioni legislative, si concluderanno il 31 maggio con le presidenziali ndr). In meno di una settimana, oltre venti attacchi con ordigni hanno fatto quattordici morti e più di quaranta feriti. L’attacco più grave lungo la Panamericana -arteria vitale per i collegamenti interni- ha paralizzato il corridoio logistico con un tragico bilancio di perdite umane.

In questo contesto abbiamo parlato con Lucas Andrés Restrepo, avvocato legato alla Giurisdizione Speciale per la Pace (JEP -Giurisdizione Speciale per la Pace), Mildred Ramírez giornalista di Alianza de Mujeres Tejedoras de Vida e Claudia Mejía Duque, avvocata e difensora dei diritti umani. Le loro voci ci raccontano come la società civile si prepara alle elezioni, le speranze, le aspettative e le vie da seguire. Per la pace.

Il rischio per la continuità della JEP

Lucas Andrés Restrepo, avvocato legato alla JEP -l’organo incaricato di indagare e sanzionare i crimini del conflitto in Colombia- e docente nel Cauca, è rimasto recentemente bloccato nella galleria che si trova lungo la strada Popayán-Cali (Panamericana), a pochi metri da quell’attentato. Per lui, l’ennesima prova, reale e tangibile, di quanti ostacoli le istituzioni affrontano nel tentativo di applicare gli accordi di pace (siglati nel 2016 tra lo Stato e le forze armate rivoluzionarie FARC-EP ndr) nel mezzo di un confronto armato persistente e territorializzato. Per Restrepo, la JEP affronta un grande rischio con l’ascesa di figure della destra come Paloma Valencia o Abelardo de la Espriella, soprattutto perché con le sue indagini espone i vertici dell’esercito e dello Stato davanti alla legge. Non disponendo della maggioranza in Congresso per eliminare la Giurisdizione, il pericolo reale è quello di un sabotaggio amministrativo volto a sottofinanziarla, a bloccare l’accesso agli archivi riservati e degradare le condizioni di reintegrazione dei firmatari (ex guerriglieri). E se la reintegrazione fallisce, dice, il processo viene snaturato e la JEP finirebbe per dedicarsi esclusivamente a difendersi sul piano istituzionale, invece di impartire giustizia riparativa. Al contrario, dice, di fronte a un possibile governo di Iván Cepeda (senatore del Pacto Histórico, la coalizione di governo guidata dall’attuale presidente Gustavo Petro e candidato alla presidenza ndr), la sfida della JEP consisterebbe nel riprogettare la “Paz Total” nell’ambito di una politica di sicurezza “umana” che recuperi il controllo statale in territori dove lo Stato ha lasciato un vuoto dopo l’uscita delle FARC, consentendo alla giustizia di operare in zone oggi controllate da gruppi dissidenti e paramilitari. Inoltre, Restrepo, sottolinea la necessità che la Corte Costituzionale limiti la “creatività giurisprudenziale” della JEP, evitando che le sentenze interpretative modifichino lo spirito originario dell’Accordo. Infine l’avvocato della JEP sottolinea che questo eventuale governo dovrebbe rafforzare alleanze internazionali bilaterali,

specialmente con l’Unione Europea, la Spagna e l’Italia, per garantire il finanziamento delle misure riparatorie e accelerare l’attuazione della riforma agraria integrale.

Il giornalismo situato nel Putumayo

Verso il sud del Paese, nel dipartimento del Putumayo, la gestione dell’informazione costituisce un fattore di rischio operativo che condiziona l’esercizio giornalistico. Mildred Ramírez, comunicatrice dell’Alianza de Mujeres Tejedoras de Vida, organizzazione alleata di COSPE, avverte che l’“infodemia” centralista riduce la complessità del territorio a metriche delle coltivazioni illecite, rendendo invisibili le dinamiche del conflitto e l’abbandono statale che persistono nella zona. Di fronte a questo vuoto informativo, Ramírez promuove un giornalismo situato che dà priorità all’autoprotezione delle fonti e rende visibili i processi di resistenza e di costruzione della pace guidati da organizzazioni di donne. In questa zona del Paese, l’Alianza de Mujeres Tejedoras de Vida contesta il racconto ufficiale. Mildred racconta come le donne resistano nel mezzo di economie illegali e di un abbandono statale che sembra frutto di un disegno e non di un incidente. Qui la responsabilità è così alta che menzionare che una vittima era sorella di una leader può condannare a morte un’intera famiglia. Dall’etica nasce un giornalismo di autoprotezione collettiva che cerca di riconfigurare lo sguardo e di mostrare che esistono proposte economiche legali e una costruzione della pace guidata da donne, che il centro del Paese si rifiuta di vedere. Questa frammentazione evidenzia che, mentre i centri di potere diffondono informazioni orientate a poche regioni, le realtà del resto del Paese restano marginalizzate nel discorso nazionale. Di fronte a questo vuoto e ai fallimenti storici dei governi, sia di sinistra sia di destra, le donne hanno scelto l’autonomia, scegliendo se stesse e il loro lavoro territoriale come unica risposta solida di fronte a un sistema politico che, indipendentemente dall’ideologia, le ha deluse.

L’agenda femminista in Colombia

Questa contesa elettorale ha rivelato una frattura profonda nella concezione della donna all’interno del progetto nazionale. Claudia Mejía Duque, avvocata e difensora dei diritti umani, avverte che la Colombia si trova di fronte al rischio di un arretramento storico alimentato dalla “dottrina Trump”. Questo ritorno globale dell’ultradestra non solo minaccia l’autonomia riproduttiva, ma legittima anche una logica patriarcale di violenza per “schiacciare” l’avversario.

Dal movimento femminista è stata lanciata l’Agenda 2026-2030: Orizzonte dell’Uguaglianza. La proposta è radicale e propone di passare da uno Stato che vede le donne come “beneficiarie” di sussidi domestici a uno Stato in cui siano soggetti politici a pieno titolo. Ciò implica un nuovo paradigma di sicurezza femminista. Secondo Claudia, si tratta di capire che non ci sarà sicurezza pubblica finché la violenza di genere continuerà a essere la norma nel privato. La sicurezza femminista pone la sostenibilità della vita e la cura ambientale al di sopra della sovranità militarista tradizionale.

I territori sotto minaccia

La Colombia si avvia alle elezioni presidenziali del prossimo 31 maggio 2026 in uno scenario di sicurezza critico. Secondo l’osservatorio di Indepaz, nel primo trimestre dell’anno il Paese ha registrato 35 massacri e 94 vittime mortali, il che rappresenta un incremento del 32% della violenza letale rispetto al periodo precedente. Questi dati coincidono con gli allarmi della Defensoría del Pueblo, che identifica una concentrazione tecnica della violenza in 34 comuni del sud-occidente, dove è stata segnalata un’offensiva sostenuta contro la Forza Pubblica.

Solo nell’ultima settimana, tra il 20 e il 27 aprile, l’escalation terroristica consolida un quadro di rischio estremo per l’esercizio democratico.

Il superamento di questa crisi richiede un cambio di paradigma che affronti le sfide urgenti del territorio: passare dal bias informativo centralista a un giornalismo situato che protegga la verità locale, e da una sicurezza militarista a una sicurezza femminista che garantisca la vita nell’ambito privato. La sfida del 2026 è riconoscere che non ci sarà stabilità democratica finché l’informazione sarà un fattore di rischio e la protezione delle donne continuerà a essere una questione marginale nell’agenda nazionale.

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